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Rara giornata
di sole in questi pessimi fine settimana invernali.
Zaino
fotografico in spalla, binocolo su una mano e cavalletto sull'altra vagavo
senza una meta precisa verso il fiume Esino.
Dopo la
tanta acqua delle settimane e addirittura dei mesi passati, da qualche
giorno il fiume si ra ritirato nel suo più consueto alveo. Aveva lasciato
tutt'intorno, nell'ampliato letto della piena, montagne di detriti, buche
scavate intorno agli alberi più robusti che avevano caparbiamente resistito
alla furia della corrente, ai bordi lingue isolate di acqua popolate da una
leggerissima corrente che comunque ne evitava la stagnazione e soprattutto
tantissimo fango, quasi a sembrare in taluni casi sabbie mobili.
Attento a
non sprofondare in esso avevo raggiunto il letto lasciato allo scoperto
dopo la piena, passeggiavo gustando il tepore del primo sole che presagiva
all'arrivo della imminente primavera.
In
lontananza sentii risuonare i versi di un'airone e poco dopo ne vidi due
che, quasi appaiati, alti nel celo, provenivano da mare e si dirigevano
verso l'interno risalendo il corso del fiume.
Volevo
fare un giro per vedere di raggiungere zone che non avevo ancora esplorato.
In questo
peregrinare superai un dosso e al di là vidi una pozza di acqua quasi
stagnate, abbastanza grande, fitta di alberi e di arbusti e costeggiata da
due canneti, uno da un lato e uno dall'altro.
Scorsi
piccoli movimenti che mi incuriosirono e così scesi il bordo del terreno
appena salito e facendomi strada tra arbusti e rovi e discendendo ancora un
poco verso l'acqua mi trovai un posticino in riva alla pozza dove mi
sembrava comoda la seduta.
Era
parecchio che camminavo e un pò di riposo non guastava. Il silenzio era
rotto solo dal rumore abbastanza lontano dell'acqua del fiume e da una
sinfonia di cinguettii.
Stando lì
fermo, quasi immobile, comincio a notare piccoli svolazzi. Brevi. Veloci.
Da un ramo ad un altro. Da un albero ad un altro. Da un ramo ad uno stelo
che spuntava dall'acqua. Erano piccoli uccellini, una dozzina ad occhio,
che saltavano di quà e di là senza sosta, dandosi il cambio tra una
posizione e l'altra come in una danza veloce e moderna dalla coreografia a
me sconosciuta.
Restai
così per parecchio, ad occhio un'oretta, sereno, assorto. Era piacevole osservarli,
ma pensavo difficile se non impossibile fotografarli. La luce che filtrava
era poca e non stavano mai fermi più di qualche secondo sul posto dove si
posavano.
Pensavo al
mio autofocus, lento, rumoroso, al suo avanti e indietro a cercare di agganciare
qualcosa senza esito.
Alla fine
però decisi di estrarre l'armamentario posizionando bene il tutto sul
cavalletto e di provare comunque fissando con l'obiettivo uno dei pochi
steli che emergevano dall'acqua e che erano disponibili sulla traiettoria dell'obiettivo
senza nulla in mezzo che impedisse l'inquadratura e che avevo visto essere
usato a volte come posatoio.
Attesa.
Pazienza. Pochi scatti. Qualcuno da buttare. Un paio decenti. Era ora di
andare a casa per pranzo. Il tempo era volato e con lui anche lo stress
della settimana. Tutto grazie ad uno spettacolo gratuito di danza di una
compagnia sconosciuta formata da una dozzina di esemplari di Luì piccolo.
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